truffe alimentari uno spezzatino a base di ghiro



dalla stampa.it lunedi 8 ottobre 2007

Se il Ris smaschera il topo nel piatto

Test del Dna contro le truffe alimentari. Calabria, uno spezzatino a base di ghiro
MARCO ACCOSSATO
TORINO

Contro frodi, sofisticazioni alimentari e agropirateria, gli istituti zooprofilattici schierano «i Ris della fettina». Con le armi della genetica molecolare squadre speciali al servizio dei veterinari sono in grado di risalire - attraverso l’analisi del Dna - all’origine di una bistecca, all’indirizzo di un allevamento, «persino individuare di quale suino sia la carne servita al ristorante analizzando i geni del colore del mantello».

Indagini come quelle che vengono eseguite dai carabinieri del Reparto Investigazioni Scientifiche alla ricerca di un’arma e di un assassino possono stanare, da un solo prelievo, chi minaccia la nostra tavola e la nostra salute. Non solo: l’analisi del Dna si è appena rivelata alleato fondamentale del Corpo Forestale dello Stato: in Calabria, durante una festa patronale, il nucleo operativo antibracconaggio ha stanato - grazie all’analisi in laboratorio dei bocconi sequestrati dai piatti - 15 ristoratori che servivano spezzatino di ghiro, mammifero protetto, cacciato illegalmente, non commestibile. Il processo è in corso, la difesa ha imboccato una linea originale: «Ha sostenuto - racconta il vicequestore aggiunto Alessandro Bettosi, comandante del nucleo operativo della Forestale che ha eseguito il blitz - che si trattava di carne di topo. Particolare forse più ripugnante, ma strategico ai fini del processo, perché il topo, contrariamente al ghiro, non è animale protetto. Il che significa evitare la condanna penale e limitarsi eventualmente al pagamento di una sanzione». Solo l’analisi del Dna ha dato un nome certo a quell’animale servito con contorno di peperonata.

Di queste nuove prospettive in medicina veterinaria si è parlato a Torino a un convegno internazionale organizzato dal laboratorio di genetica del Centro per le encefalopatie animali dell’Istituto zooprofilattico del Piemonte, diretto dalla dottoressa Maria Caramelli. Sotto le stesse cappe e sui medesimi tavoli, che hanno consentito per mesi di studiare e fronteggiare il pericolo «mucca pazza», si combatte una nuova sfida quotidiana: quella contro il bracconaggio e il commercio illegale di carne. «Un aiuto prezioso - è stato sottolineato - anche nella lotta ai falsi marchi “Dop” e “Doc”».

Spiega la dottoressa Caramelli: «L’indagine genetica è utilizzata da tempo per sfruttare le diversità bio-naturali degli animali. Trovare i capi più resistenti alle malattie e selezionarli per la continuità della specie significa evitare che a quegli animali siano poi somministrati farmaci. Una difesa anche per il consumatore, che attraverso latte e carne “contaminato” può sviluppare ad esempio resistenze agli antibiotici». Al convegno sulla genetica forense era presente anche Riccardo Orusa, del Centro di referenza nazionale di Aosta per le malattie degli animali selvatici che raccoglie le principali informazioni sull’epidemio-sorveglianza. «Nelle operazioni antibracconaggio o contro l’importazione illegale di animali protetti tracce anche minime consentono di risalire ai colpevoli, con tecniche simili, e a volte più complesse, a quelle della scientifica». Un caso: «Tre piccolissime tracce di sangue su un coltello in apparenza pulito, trovato in casa di un uomo sospettato di essere un bracconiere - ha citato Rita Lorenzini, dell’Istituto zooprofilattico dell’Abruzzo e del Molise - hanno permesso di accertare che il proprietario aveva ucciso per dissanguamento una femmina di cinghiale, accoltellandola dopo averla catturata illegalmente con un laccio».