Voci e volti della nonviolenza. 277



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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 277 del 26 dicembre 2008

In questo numero:
1. Stefano Rodota': Il diritto e la dignita' umana
2. Ida Dominijanni intervista Salvatore Senese
3. Roberto Ciccarelli intervista Luigi Ferrajoli
4. Federica Fantozzi intervista Franco Cordero

1. RIFLESSIONE. STEFANO RODOTA': IL DIRITTO E LA DIGNITA' UMANA
[Dal quotidiano "La Repubblica" del primo ottobre 2008 col titolo "Il
diritto e la dignita'" e la nota redazionale "L'articolo e' una sintesi
della lezione tenuta da Stefano Rodota' al Festival del diritto di Piacenza,
intitolata 'Umano, poco umano'"]

Sulla copertina del primo numero del 2007 della rivista "Time", dedicato
secondo tradizione alla "persona dell'anno", compariva a grandi lettere la
parola "You". Era dunque la sterminata platea degli individui ad essere
eletta a protagonista. Ciascuno, pero', nella sua irripetibile singolarita',
perche' in quella copertina era inserito un materiale riflettente che
consentiva a chiunque la guardasse di riconoscersi come in uno specchio. Il
mondo sei tu.
Ma, osservando meglio, quello specchio si rivelava come lo schermo di un
computer, disegnato sulla copertina sopra la parola "You". Il messaggio
assumeva cosi' un particolare significato. Ti riconosco come persona
dell'anno perche' ormai sei entrato a far parte di quell'apparato
tecnologico. L'ordine uomo-macchina e' rovesciato. Sei protagonista, e forse
signore dell'ambiente che ti circonda, solo se ti fai macchina tu stesso, se
in definitiva diventi una componente di quell'apparato.
Attraversiamo l'Atlantico e approdiamo, un anno dopo, in Germania, dove la
Corte costituzionale, alla fine del febbraio 2008 decide sull'articolo di
una legge che autorizzava la "perquisizione" dei personal computer da parte
delle autorita' di polizia, per investigarne i contenuti anche all'insaputa
dell'interessato. I giudici tedeschi hanno dichiarato incostituzionale
quella norma. Affermando che esiste un nuovo diritto fondamentale della
personalita', che consiste nella "liberta' e riservatezza dell'apparato
informativo" di cui ciascuno dispone.
L'impostazione di "Time" viene completamente rovesciata. E' l'umano che
ingloba in se' la macchina, non il contrario, e il diritto ne riafferma la
priorita'. Ma ci dice soprattutto che nel mondo esiste una nuova entita', e
cosi' ci consegna una nuova antropologia. Una versione tecnologicamente
aggiornata dell'homme machine, unica via per riconciliarlo con gli apparati
tecnici che progressivamente lo accompagnano, lo ristrutturano, lo invadono?
Ma l'immagine che, nel modo piu' eloquente, ci introduce in questa
dimensione e' forse quella di Oscar Pistorius, un corridore sudafricano che,
privo della parte inferiore delle gambe, le ha sostituite con impianti in
fibra di carbonio e si e' visto riconoscere il diritto di partecipare alle
Olimpiadi. Cade cosi' la barriera tra "normodotati" e portatori di protesi,
e anzi si prospetta una nuova nozione di normalita', che non e' piu'
soltanto quella naturalmente determinata, ma pure quella artificialmente
costruita.
Prendendo spunto proprio dalla conclusione di questa vicenda, un'altra
atleta paraolimpica, Aimee Mullins, ha affermato che "modificare il proprio
corpo con la tecnologia non e' un vantaggio, ma un diritto. Sia per chi fa
sport a livello professionistico che per l'uomo comune". La nuova dimensione
dell'umano esige una nuova misura giuridica, che dilata l'ambito dei diritti
fondamentali della persona. E al diritto viene affidato il compito di
garantire la piu' ampia e paritaria possibilita' di accesso alle
opportunita' crescenti offerte dall'innovazione scientifica e tecnologica.
Due grandi principi s'incontrano e si intrecciano. Quello di dignita', che
si manifesta come il criterio di valutazione delle modalita' e degli esiti
della costruzione artificiale del corpo. E quello dell'eguaglianza che, una
volta riconosciuta la legittimita' della specifica costruzione artificiale,
deve evitare che da cio' possano nascere discriminazioni, sia nella fase
dell'accesso, sia in quella successiva della vita della persona che ha
utilizzato gli impianti tecnologici.
Altre immagini ci accompagnano, quotidiane e inquietanti. Il braccialetto al
piede del detenuto agli arresti domiciliari, ma anche al polso dell'anziano
per fornirgli assistenza; il "computer indossabile" al polso dei lavoratori,
perche' l'imprenditore possa "guidarlo" da lontano; i microchip sotto la
pelle leggibili con la tecnologia delle radiofrequenze. Qui la mutazione
dell'umano e' evidente, e la prima riflessione riguarda la trasformazione
della persona in oggetto continuamente controllabile a distanza, come un Tir
o la mucca d'un grande gregge. Di nuovo, davanti a noi sono mutamenti che
toccano l'antropologia stessa delle persone. Siamo di fronte a slittamenti
progressivi: dalla persona "scrutata" attraverso la videosorveglianza e le
tecniche biometriche si puo' passare ad una persona "modificata"
dall'inserimento di chip ed etichette "intelligenti", in un contesto che
sempre piu' nettamente ci individua appunto come "networked persons",
persone perennemente in rete, via via configurate in modo da emettere e
ricevere impulsi che consentono di rintracciare e ricostruire movimenti,
abitudini, contatti, modificando cosi' senso e contenuti dell'autonomia
delle persone.
Che cosa e' divenuta l'umanita' dei molti lavoratori ai quali e' gia' stato
imposto di portare al polso un piccolo computer, che consente
all'imprenditore di dirigere via satellite il loro lavoro, indirizzarli
verso i prodotti da prelevare, indicare i percorsi da seguire e le attivita'
da svolgere, controllare ogni loro movimento, individuare in ogni momento
dove si trovano, in sintesi di controllarli implacabilmente? Le conclusioni
di una ricerca inglese sono state nette: cosi' si trasformano i luoghi di
lavoro in "battery farms", si creano le condizioni di una "prison
surveillance". Siamo di fronte ad un Panopticon su scala ridotta, che
tuttavia anticipa e annuncia la possibilita' di diffondere su scala sempre
maggiore queste forme di sorveglianza sociale. Ma che cosa diventa una
societa' nella quale e' normale che cresca il numero delle persone "tagged
and tracked", etichettate e perennemente seguite?
Le risposte a questi interrogativi devono venire anche dal diritto, dunque
da principi e regole. Il rispetto della dignita' in primo luogo, che impone
di non ridurre la persona ad oggetto, giungendo cosi' a quella "degradazione
dell'individuo" piu' volte richiamata dai giudici costituzionali italiani.
Ma la dignita' e' anche misura della logica economica: dotare gli anziani di
strumenti di controllo a distanza, per meglio salvaguardarne la salute, non
puo' trasformarsi in abbandono sociale, considerando la tecnologia un mezzo
meno costoso delle visite domiciliari. E il rispetto dell'autonomia della
persona, dunque il diritto di decidere liberamente sul se e come utilizzare
i nuovi strumenti. E l'eguaglianza nell'accesso alle opportunita' grandi
offerte dall'innovazione scientifica e tecnologica.
Il vero problema culturale e istituzionale e' quello di valutare fino a che
punto si e' di fronte a vere discontinuita', che segnano un congedo da un
altro mondo, e dove, invece, e' possibile e necessario mantenere una
continuita' che consenta quel trascendere dell'umano di cui parlava Julian
Huxley, impedendo cosi' la nascita di un "doppio standard" nella
considerazione dell'umano e del post-umano. Si manifesta la preoccupazione
di chi segnala il rischio di una svalutazione dell'umano per effetto di una
percezione del post-umano come portatore di un valore piu' forte, aprendo la
via ad un conflitto, addirittura ad una "guerra", tra umani e post-umani. Un
conflitto, evidentemente, che nasce sul terreno dei valori di riferimento e
che puo' essere evitato solo se si ha la capacita' di mantenere fermi, e di
proiettare nel futuro, i principi prima ricordati di dignita', eguaglianza,
autonomia.
Ma l'umano non e' sfidato solo dalla tecnoscienza. Viene negato e violato
nella vita d'ogni giorno. Dobbiamo sempre chiederci, seguendo Primo Levi,
"se questo e' un uomo" davanti all'immagine terribile di uomini che, lungo
"il cammino della speranza" verso terre che pensano accoglienti, cercano di
sopravvivere in mare attaccati ad una tonnara; davanti al bambino rom
sbattuto sulla copertina di un settimanale e etichettato con le parole "Nato
per rubare"; davanti alle foto dei torturati di Abu Ghraib; davanti alle
manifestazioni di disprezzo razzista verso l'"altro"; davanti ai
fondamentalismi che cancellano la stessa identita' femminile. A questo
inumano il diritto cerca di opporre i suoi strumenti, troppe volte ignorati.
E spesso i giuristi sono "senza cuore". E i politici sono distratti o
"realisti". E' compito di ciascuno di noi salvaguardare l'umano dal quale
non possiamo separarci.

2. RIFLESSIONE. IDA DOMINIJANNI INTERVISTA SALVATORE SENESE
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 14 dicembre 2008 col titolo "Salvatore
Senese: Se la liberta' cambia di segno. Diritti e rovesci. 1948-2008, le
rose e le spine di un sessantennio di diritti umani fra norma e
controspinte. La svolta degli anni Novanta nel mondo globale, quando cade il
tabu' della guerra e i diritti vengono impugnati con le armi contro il
diritto"]

"Un anniversario alquanto ipocrita, senza un bilancio serio dello stato in
cui i diritti versano e senza un'analisi vera del perche' siamo a questo
punto". Cosi' Salvatore Senese, giurista, presidente del Tribunale
permanente dei popoli, intellettuale da anni impegnato sulla frontiera della
realizzazione del programma della Dichiarazione universale dei diritti umani
stilata nel '48. Un bilancio serio e un'analisi vera, del resto,
comporterebbero una rivisitazione della lunga storia, tutt'altro che lineare
e progressiva, dei diritti nel mondo, fra proclamazioni formali, resistenze
e contraddizioni reali. Una storia intrecciata a doppio filo con quella dei
rapporti fra l'Occidente e il resto del mondo, e, per gli ultimi decenni,
con le dinamiche della globalizzazione e le loro conseguenze sulle relazioni
e il diritto internazionali. Dunque cominciamo proprio da qui.
*
- Ida Dominijanni: Qualche giorno fa, in un'intervista che ha suscitato non
poche polemiche, il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner ha
celebrato il sessantesimo della Dichiarazione dei diritti umani sostenendo
che fra il dover essere della difesa dei diritti e il realismo della
politica estera c'e' una "contraddizione permanente". A piu' d'uno e' parsa
una rinuncia a risolvere una tensione che effettivamente attraversa tutta la
storia dei diritti umani ma che andrebbe sciolta, non data per strutturale.
Qualcuno, ad esempio Marco Pannella, ha visto nella posizione di Kouchner
una regressione da una visione transnazionale dei diritti al punto di vista
dello stato nazionale, francese in questo caso. Tu che ne pensi?
- Salvatore Senese: Questa contraddizione ha costituito il contrassegno
della dottrina sui diritti dalla Rivoluzione francese alla Carta dell'Onu.
Tocqueville, grande sostenitore dei diritti all'interno del suolo francese,
arrivo' a teorizzarla apertamente durante la guerra per la conquista
dell'Algeria, contestando "coloro che trovano disdicevole che si brucino i
granai e si uccidano i bambini", atti che lui considerava "durissime
necessita'" per debellare gli arabi e realizzare la missione civilizzatrice
della Francia all'estero. Era appunto la teorizzazione che politica interna
e politica estera sono rette da due principi diversi. Ma e' giusto questo il
punto che entra in crisi con la seconda guerra mondiale e che viene smontato
dai lavori per la Carta dell'Onu, che nel 1945 afferma l'universalita' dei
diritti facendo riferimento a ciascun essere umano nella sua singolarita' e
universalita'. Dunque si', la posizione di Kouchner ha un suono pesantemente
regressivo.
*
- Ida Dominijanni: Pero' negli ultimi due decenni questa contraddizione
raddoppia. Da un lato si continua a fare guerre, o politica estera non
guerreggiata, calpestando i diritti o non sanzionando gli stati che li
calpestano. Dall'altra parte, sulla base del diritto di ingerenza, spuntano
le guerre fatte in nome dei diritti. E' la storia che comincia con la guerra
del Golfo del '91, prosegue con la guerra in Kosovo e continua con le guerre
in Afghanistan e in Iraq, che vengono legittimate non solo come guerre
contro il terrorismo ma anche come guerre per i diritti delle donne contro
il patriarcato islamico e per il ripristino dei diritti violati da Saddam
Hussein.
- Salvatore Senese: La svolta, o meglio il rovesciamento, degli anni '90 va
inquadrata nel terremoto indotto dalla globalizzazione. Nei quattro decenni
precedenti, dalla promulgazione della Carta dell'Onu e della Dichiarazione
dei diritti fino alla caduta del Muro di Berlino, non e' che il cammino dei
diritti fosse stato lineare: contro la forza del principio normativo c'erano
resistenze soggettive, difficolta', contraddizioni. Ma il consenso al
principio e la spinta per l'effettivita' dei diritti effettivi crescevano
via via che il colonialismo finiva e a tutela dei diritti venivano create
nuove istituzioni, fino al Tribunale penale internazionale nel '98. E se il
principio veniva tradito, lo si faceva con la cattiva coscienza di essere
dalla parte del torto. Negli anni '90 invece accadono due cose. In primo
luogo cade il tabu' della guerra, che stava a fondamento di tutta la
filosofia delle due Carte del '45 e del '48: quel "mai piu' guerra, mai piu'
Auschwitz" era la condizione di partenza per la costruzione di un mondo di
liberta', uguaglianza e solidarieta'. Ed e' con la caduta di quel tabu' che
il principio di ingerenza diventa autorizzazione all'intervento armato, come
accade appunto per la guerra del Golfo, di cui si disse che non era una
guerra dell'Onu ma appunto autorizzata dall'Onu. Da allora in poi, cresce il
paradosso delle guerre per i diritti ma contro il diritto, vale a dire
contro il diritto internazionale e il suo fondamento pacifista. In secondo
luogo, con il trionfo del modello occidentale neoliberista si verifica un
cambiamento culturale che mina alla radice l'edificio della Carta e della
Dichiarazione: il principio di liberta' viene a coincidere con la liberta'
dell'homo oeconomicus e viene sganciato dai principi di uguaglianza e
solidarieta'. E diventa la base di legittimazione delle guerre "umanitarie",
fatte per esportare con la forza quel modello democratico-liberista, guerre
che mietono piu' vittime di quelle causate dalle violazioni a cui dovrebbero
porre rimedio.
*
- Ida Dominijanni: Dicevi prima che fra gli anni '50 e gli '80 il principio
normativo dei diritti si afferma e il consenso cresce. Pero' non erano rose
e fiori neanche allora. Oltre alla storia tormentata della decolonizzazione,
prendiamo i rapporti fra i due blocchi: durante la Guerra fredda c'e' stata
anche una piegatura molto americana, ideologica e strumentale, della parola
d'ordine dei diritti contro il totalitarismo sovietico. Nel bene e nel male,
voglio dire: basta andare a visitare il museo del Check Point Charlie a
Berlino per vedere questa ambivalenza.
- Salvatore Senese: E' vero, ma il quadro complessivo era migliore di oggi.
Contro questa piegatura c'era il contraltare dei diritti collettivi e del
diritto all'autodeterminazione dei popoli. E con l'eccezione delle guerre di
liberazione il tabu' della guerra vigeva e reggeva. Nessuno, nell'un campo e
nell'altro, osava proclamare che per affermare o difendere i propri valori,
per universali che si volessero, fosse lecito fare la guerra.
*
- Ida Dominijanni: Eppure la globalizzazione avrebbe potuto, e dovuto,
lavorare a favore dell'universalismo dei diritti. Perche' invece ha lavorato
contro? Un problema riguarda certamente la forma della sovranita': la storia
dei diritti e della loro esigibilita' e' legata a doppio filo alla storia
dello stato-nazione, ma con la globalizzazione la sovranita' nazionale va in
crisi, senza che emergano istituzioni sovranazionali all'altezza del nuovo
mondo... E non e' un caso che molte violazioni dei diritti umani, penso ai
migranti, avvengano oggi ai confini degli stati-nazione, dove la forma della
sovranita' e' piu' incerta e porosa.
- Salvatore Senese: Direi di piu': lo stato nazionale va in crisi ed emerge
un potere trasversale svincolato dal diritto, che obbedisce solo alla logica
liberista di cui sopra, e rifiuta di sottostare a quelle istituzioni che
pure a tutela dei diritti esistono. Vale per tutti l'esempio del rifiuto
degli Stati Uniti e della Cina di sottostare al Tribunale penale
internazionale - mi auguro che Obama dia rapidamente un segnale di
cambiamento. Quanto ai migranti, in molte Costituzioni, compresa quella
italiana, e nel diritto internazionale esistono le norme sul diritto
d'asilo, che regolano quantomeno l'accoglienza di chiunque si sposti perche'
nel suo paese rischia che i suoi diritti vengano violati. Il problema e' che
gli strumenti d'attuazione di questa norma sono assai carenti e difettosi.
*
- Ida Dominijanni: Il secondo problema riguarda i conflitti culturali che la
globalizzazione ha portato in primo piano. Fa parte di questi conflitti il
fatto che non tutto il mondo condivide la logica dei diritti, che nasce su
una base culturale occidentale e ne resta marcata. Per cui le battaglie per
i diritti assumono spesso una valenza impositiva invece che emancipativa, o
forzatamente emancipativa, come si vede bene da molti casi che riguardano le
donne e una visione marcatamente occidentale della liberta' femminile.
Esempio classico, la legge sul velo in Francia - per non tornare alle guerre
giustificate dai colpi di coda del patriarcato occidentale in base alla
liberazione delle donne dal patriarcato islamico.
- Salvatore Senese: L'universalismo nasce con una marcatura occidentale, ma
questa marcatura cambia nel corso del tempo. L'universalismo che ispirava la
Dichiarazione del '48 era un universalismo che si voleva aperto a tutti,
come dimostro' il dibattito in seno all'Unesco, e presupponeva un dialogo
interculturale aperto e in progress fra le diverse culture del pianeta; e
naturalmente richiedeva un'autocritica anche di certe rigidita' della
cultura occidentale, compreso il tratto giacobino della cultura francese che
c'e' dietro la legge sul velo. Oggi invece questa conversazione
interculturale e' sostituita dallo "scontro di civilta'". E poi insisto, un
conto erano le difficolta' storiche di affermazione dell'universalismo
quando almeno c'era accordo sul principio normativo, un altro conto e' oggi
che quell'accordo non c'e', al di la' di un ossequio di facciata.
*
- Ida Dominijanni: Tu sai pero' - ma su questo i giuristi ci sentono poco -
che ci sono anche critiche di segno opposto alla grammatica dei diritti,
penso a una parte del pensiero femminista ma anche degli studi
postcoloniali, che sostengono in buona sostanza che la loro stessa struttura
logica, imperniata sull'identita' seriale e neutra dell'individuo moderno
occidentale, non si presta a confrontarsi con la logica della differenza, ad
esempio con la differenza sessuale e con la differenza culturale.
- Salvatore Senese: Non la vedo cosi'. E' ovvio che la realizzazione
dell'universalismo e' un'impresa gigantesca di cui noi non vedremo il
compimento, ma io continuo a ritenere che sia un'impresa inclusiva, dalla
quale troppi, oggi, restano invece esclusi. E mi pare che questa delle masse
dei nuovi esclusi sia oggi la cosa che ci deve allarmare di piu'. Il fatto
e' questo: mentre le condizioni materiali di esistenza sul pianeta sono
migliorate, restano enormi sacche di esseri umani che vivono al di sotto
della dignita' umana. Non si tratta solo delle violazioni dei diritti di
liberta', ma anche di quelle dei diritti alla sanita', all'istruzione, al
lavoro. E' la questione a cui accennavo prima della indivisibilita' dei
diritti: diritti di liberta' e diritti sociali o vanno assieme o assieme
cadono. Lo spettro del genocidio viene periodicamente evocato per
giustificare certe guerre, ma quanti genocidi si commettono semplicemente
impedendo a intere popolazioni di comprarsi i medicinali?
*
- Ida Dominijanni: Alcune violazioni dei diritti di liberta' pero' sono
proprio figlie della "svolta" su guerra e terrorismo degli ultimi decenni,
no?
- Salvatore Senese: Si': il ritorno della tortura, le renditions, e piu' in
generale molte violazioni che si commettono in nome della sicurezza. Deve
finire l'equivoco per cui certe pretese esigenze di sicurezza vanno
garantite al prezzo della dignita' e della liberta' umana.
*
- Ida Dominijanni: Che bilancio dai delle Corti internazionali istituite a
difesa dei diritti?
- Salvatore Senese: Non esaltante, ma nemmeno liquidatorio. Il vulnus piu'
grave resta quello che dicevo del Tribunale penale internazionale: finche'
gli Usa non sottoscrivono il Trattato, i loro agenti responsabili di
violazioni non possono essere perseguiti. Il bilancio della Corte di
Strasburgo mi pare piu' positivo. Ma anche in Europa, se non c'e' un
rilancio della cultura della solidarieta' sociale l'impianto e la tutela dei
diritti rischiano di indebolirsi.
*
- Ida Dominijanni: E in Italia?
- Salvatore Senese: Vale a maggior ragione lo stesso discorso. Con una
notazione in piu'. In Italia non si riesce a istituire il reato di tortura,
che dovrebbe sottrarre l'attuale "divieto di tortura" risalente al codice
Rocco al regime lassista delle prescrizioni introdotto da Berlusconi. E
finche' non si introduce il reato di tortura, macroscopiche violazioni dei
diritti umani come quelle della caserma di Bolzaneto resteranno di fatto
impunite.

3. RIFLESSIONE. ROBERTO CICCARELLI INTERVISTA LUIGI FERRAJOLI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 21 ottobre 2008 col titolo "In nome della
paura" e il sommario "Intervista con il filosofo Luigi Ferrajoli. Il
populismo penale che presiede le politiche della tolleranza zero in nome
della sicurezza offusca la costruzione in atto di un sistema giuridico che
risponde a una visione classista della giustizia. Anche se diminuiscono i
crimini commessi, l'ostilita' verso i migranti e la piccola criminalita'
viene alimentata dai media e dai partiti conservatori per costruire il
consenso alle norme securitarie"]

Un populismo penale che promuove il diritto minimo per i ricchi e i potenti,
e un diritto repressivo per i poveri, i marginali e i "devianti", con
l'aggravante delle leggi razziste che colpiscono migranti irregolari e rom.
E' severo e indignato il filosofo del diritto Luigi Ferrajoli quando
commenta le decisioni prese dal governo Berlusconi sulla sicurezza ispirate
alla "tolleranza zero". "Per la prima volta nella storia della Repubblica -
afferma - la stigmatizzazione penale non colpisce solo singoli individui
sulla base dei reati da essi compiuti, ma intere classi di persone sulla
base della loro identita' etnica".
Un giudizio che non sorprende, quello del massimo teorico del garantismo
penale, che ha sempre legato agli studi di diritto, di logica e di
metodologia della scienza giuridica, una tensione etica verso l'effettivita'
del diritto sul piano storico e su quello politico. Gia' magistrato dal 1967
al 1975, anni in cui partecipo' alla fondazione di "Magistratura
Democratica", Ferrajoli che oggi insegna Filosofia del diritto alla Terza
universita' di Roma, ha intrapreso un'opera che ha conosciuto capolavori
come Diritto e ragione del 1989, per giungere al libro della vita, i tre
volumi di Principia Iuris, pubblicati quest'anno.
*
- Roberto Ciccarelli: L'omicidio di Giovanna Reggiani avvenuto un anno fa a
Roma sembra avere impresso una "svolta punitiva" alla politica italiana.
Prima il "pacchetto sicurezza" del Governo Prodi, poi le misure che
sanzionano pesantemente la criminalita' di strada, l'immigrazione irregolare
e i rom del Governo Berlusconi, ricorrendo anche all'esercito. Il tutto in
nome dell'insicurezza crescente. Ma quanto e' reale questa paura?
- Luigi Ferrajoli: Si tratta di una paura in gran parte costruita dal
sistema politico e dai media. Secondo le analisi del Centro d'ascolto del
Partito Radicale, lo spazio dedicato dai telegiornali alle notizie di
cronaca nera e' passato dal 10,4% nel 2003 al 23,7% nel 2007, con un
incremento del 233,4% nel biennio 2006-2007. Questi dati sono cresciuti in
corrispondenza della campagna elettorale. La destra ha cavalcato senza
ritegno la politica della paura che ritengo non abbia alcuna
giustificazione. Se guardiamo le statistiche storiche, vediamo che in Italia
il numero degli omicidi e' sceso l'anno scorso a 601, rispetto ai 5.000
nella seconda meta' dell'Ottocento. Le lesioni volontarie, le violenze
sessuali, sono diminuite di circa due terzi. Lo stesso per i furti e le
rapine.
*
- Roberto Ciccarelli: Lei ha definito questo uso demagogico della paura nei
termini di "populismo penale". In cosa consiste?
- Luigi Ferrajoli: Con questa espressione il giurista francese Denis Salas e
quello domenicano Eduardo Jorge Prats definivano una strategia diretta ad
ottenere demagogicamente il consenso popolare rispondendo alla paura
generata nella popolazione dalla criminalita' di strada. Si afferma cosi' un
uso congiunturale del diritto penale in senso repressivo ed antigarantista
che e' totalmente inefficace rispetto alle intenzioni di prevenire i
crimini.
*
- Roberto Ciccarelli: Per quale ragione?
- Luigi Ferrajoli: Prenda, ad esempio, la proposta di introdurre il reato di
immigrazione clandestina. Questo nuovo reato assegnera' a chiunque entra nel
territorio nazionale, o vi si intrattiene illegalmente, la condizione di
delinquente. Questo significa che in un colpo solo 700.000 immigrati
clandestini residenti dovranno essere incarcerati. Senza contare che e'
impossibile incarcerare centinaia di migliaia di persone. Oppure il reato di
prostituzione e adescamento in strada, come proposto dal ministro Mara
Carfagna: decine di migliaia di prostitute dovrebbero essere arrestate e
processate insieme ai loro clienti. Ovviamente e' impensabile che queste
norme possano essere seriamente applicate. Ma proprio questo ne conferma il
carattere demagogico. Quello che e' importante e' la valenza simbolica di
questi annunci, non la loro applicabilita'.
*
- Roberto Ciccarelli: Queste misure sono state giustificate in nome della
"tolleranza zero"...
- Luigi Ferrajoli: "Tolleranza zero" e' un'espressione assurda che esprime
un'utopia reazionaria. L'eliminazione dei delitti, cioe' la loro riduzione a
zero, e' impossibile senza un'involuzione totalitaria del sistema politico.
La "tolleranza zero" potrebbe essere forse raggiunta solo in una societa'
panottica di tipo poliziesco, che sopprimesse preventivamente le liberta' di
tutti, mettendo un poliziotto alle spalle di ogni cittadino e i carri armati
nelle strade. Il costo sarebbe insomma la trasformazione delle nostre
societa' in regimi disciplinari e illiberali sottoposti alla vigilanza
capillare e pervasiva della polizia.
*
- Roberto Ciccarelli: Ma e' sulla base di questa parola d'ordine che e'
avvenuta negli ultimi vent'anni la crescita, non solo in Italia, della
carcerazione penale. Se e' dunque cosi' inefficace, perche' la "tolleranza
zero" continua ad essere applicata?
- Luigi Ferrajoli: Il fenomeno a cui lei accenna e' di dimensioni
gigantesche, in tutti i paesi occidentali si e' prodotta una vera esplosione
delle carceri. In Italia, la popolazione carceraria e' raddoppiata,
arrivando a 50.000 persone detenute; negli Stati Uniti e' addirittura
decuplicata, due milioni di persone, senza contare i quattro milioni
sottoposti alle misure della probation o della parole. Bisogna anche
ricordare che in questo paese il numero degli omicidi ha raggiunto quota
30.000 all'anno, dieci volte in piu' dell'Italia, nonostante le mafie e le
camorre. Si tratta di una carcerazione di massa della poverta', generata da
una degenerazione classista della giustizia penale, totalmente scollegata
dai mutamenti della fenomenologia criminale, alimentata da un'ideologia
dell'esclusione che criminalizza i poveri, gli emarginati, i diversi come lo
straniero, l'islamico, il clandestino, all'insegna di un'antropologia
razzista della disuguaglianza.
*
- Roberto Ciccarelli: Esiste un rapporto tra questo uso della giustizia
penale e il cosiddetto Lodo Alfano che tutela le alte cariche dello Stato?
- Luigi Ferrajoli: E' la duplicazione del diritto penale: un diritto mite
per i ricchi e i potenti e un diritto massimo per i poveri e gli emarginati.
In questa duplicazione, le misure draconiane contro la delinquenza di strada
convivono con l'edificazione di un intero corpus iuris ad personam
finalizzato a paralizzare i vari processi contro il presidente del
Consiglio, con l'annessa campagna di denigrazione dei giudici accusati di
fare politica, anche se interpretano il principio dell'uguaglianza davanti
alla legge. E' la prova che oggi la giustizia e' sostanzialmente impotente
nei confronti della delinquenza dei colletti bianchi, mentre e' severissima
nei confronti della delinquenza di strada. Si pensi agli aumenti massicci di
pena per i recidivi previsti dalla legge Cirielli, sull'esempio degli Stati
Uniti, simultaneamente alla riduzione dei termini di prescrizione per i
delitti societari, destinati cosi' alla prescrizione. E si pensi, invece,
alle pene durissime introdotte dal decreto sulla sicurezza: espulsione dello
straniero condannato a piu' di due anni, reclusione da 1 a 5 anni per avere
dichiarato false generalita', aumento della pena fino a un terzo nel caso in
cui lo straniero sia clandestino.
*
- Roberto Ciccarelli: Sta dicendo che il diritto penale viene ormai usato
come strumento di discriminazione?
- Luigi Ferrajoli: Tutte queste misure violano una serie di principi di
civilta' giuridica, ma soprattutto la sostanza del principio di legalita',
cioe' il divieto in materia penale di associare una pena ad una condizione,
o ad un'identita' personale, tanto piu' se e' etnica. E' il meccanismo della
demagogia populista: si costruisce un potenziale nemico, l'immigrato, e lo
si addita come possibile delinquente, o soggetto pericoloso, esponendolo
alla violenza omicida come abbiamo visto nelle ultime settimane con
l'assassinio di Abdoul Guiebre' a Milano, con la strage dei sei lavoratori
africani a Castelvolturno, con gli incendi dei campi rom a Napoli e molti
altri episodi purtroppo giornalieri. Ma l'aspetto piu' grave di queste
leggi, piu' ancora della violazione dei principi garantisti, e' il veleno
razzista che iniettano nel senso comune. Queste leggi non si limitano ad
assecondare il razzismo diffuso nella societa', ma esse stesse sono leggi
razziste, a distanza di settant'anni di quelle di Mussolini, delle quali i
nostri governanti dovrebbero vergognarsi.
*
- Roberto Ciccarelli: In che cosa consisterebbe, invece, l'uso garantista
del diritto penale?
- Luigi Ferrajoli: In una politica razionale, e non demagogica, che abbia a
cuore la prevenzione dei delitti, insieme alla garanzia dei diritti
fondamentali di tutti, e che consideri la giustizia penale come un'extrema
ratio. La vera prevenzione della delinquenza e' una prevenzione pre-penale,
prima ancora che penale.
*
- Roberto Ciccarelli: Non si puo' dire che la sinistra non abbia ceduto alle
tentazioni dell'ideologia sicuritaria negli ultimi anni, penso alle misure
contro i lavavetri e l'accattonaggio adottate da alcuni suoi sindaci. In che
modo e' possibile impostare una diversa politica della prevenzione?
- Luigi Ferrajoli: Con lo sviluppo dell'istruzione di base, con la
soddisfazione dei minimi vitali, in altre parole con la costruzione
dell'intero sistema di garanzie dal quale dipende l'effettivita' della
democrazia. Ma la prevenzione passa soprattutto dallo sviluppo del senso
civico, della solidarieta' sociale, della tolleranza per i diversi, insomma
dalle virtu' civili e politiche che sono esattamente opposte alla paura e al
sospetto di tutti verso tutti, alimentati dalla legislazione emergenziale
sulla sicurezza.
*
- Roberto Ciccarelli: Sta dicendo che le politiche sociali dovrebbero
limitare al massimo il ricorso alle politiche penali?
- Luigi Ferrajoli: E' proprio sul terreno delle politiche sociali che matura
la convergenza tra garantismo liberale e garantismo sociale, tra garanzie
penali e processuali e garanzie dei diritti sociali, tra sicurezza penale e
sicurezza sociale. E' l'assenza di garanzie per l'occupazione e per la
sussistenza a creare cio' che chiamo "delinquenza di sussistenza". Queste
politiche sociali richiedono lo sviluppo effettivo di garanzie del lavoro,
dell'istruzione, della previdenza, in generale politiche che assicurino a
ciascuno, come ha detto Marx, lo spazio sociale per l'estrinsecazione della
propria vita.
*
Postilla. Percorsi di ricerca. Dal garantismo alla difesa dei diritti
sociali di cittadinanza. La potenza svelata di una Costituzione
Filosofo e teorico del diritto di impostazione analitica, allievo di
Norberto Bobbio, a partire dalla tradizione del positivismo giuridico Luigi
Ferrajoli ha costruito una teoria generale del garantismo penale (Diritto e
ragione. Teoria del garantismo penale, Laterza) ed una complessiva teoria
della democrazia. Il nocciolo della sua teoria giuridica sta nel prendere
sul serio i contenuti emancipativi della Costituzione sia dal punto di vista
delle garanzie liberali, sia dal punto di vista dei diritti sociali.
Un rapporto problematico, e non scontato, che percorre i tre volumi di
Principia Iuris (Laterza), nei quali Ferrajoli ha affermato il suo
"ottimismo metodologico" per cui "la democrazia dovrebbe sempre funzionare a
partire da una riflessione critica sui propri principi, ma nulla garantisce
il progresso univoco e virtuoso del diritto verso la democrazia". E' una
delle riflessioni fatte da Ferrajoli nel corso della presentazione di
Principia Iuris, tenuta a Roma nello scorso febbraio, che rappresenta il
punto piu' avanzato di una teoria della democrazia costituzionale nelle sue
diverse dimensioni (politica, civile, liberale e sociale).
Alla visione di Ferrajoli viene anche accreditata la critica del concetto di
sovranita' a favore della costruzione di garanzie universalistiche e di
diritti fondamentali non piu' limitati dal concetto di cittadinanza, esposta
ne La sovranita' nel mondo moderno. Nascita e crisi dello Stato nazionale
(Laterza) e Diritti fondamentali. Un dibattito teorico (Laterza). Inoltre,
il lavoro di giudice come pretore, sia civile che penale, svolto sino alla
meta' degli anni Settanta, ha condotto Ferrajoli alla critica "delle
quotidiane ingiustizie ai danni dei soggetti piu' deboli" e "dei profili di
incostituzionalita' del nostro ordinamento nel quale convivevano la
costituzione del 1948 - tra le piu' avanzate - e una legislazione ancora
fascista" - come si legge in un'intervista rilasciata a Alfonso Garcia
Figueroa pubblicata dalla rivista "Diritto e questioni pubbliche".
Da quell'iniziale impegno, Ferrajoli ha condotto, sin dentro le pagine piu'
tese di Diritto e ragione, una lotta contro le leggi di emergenza in Italia
che, negli ultimi anni, sono tornate di attualita' nella denuncia dei
provvedimenti adottati dalla "guerra contro il terrorismo".

4. RIFLESSIONE. FEDERICA FANTOZZI INTERVISTA FRANCO CORDERO
[Dal quotidiano "L'Unita'" del 12 dicembre 2008 col titolo "Intervista a
Franco Cordero: Cambiare la Costituzione? Cosi' e' pirateria istituzionale.
Vuole pm sottomessi"]

Giurista, autore di pamphlet polemici e docente di procedura penale, Franco
Cordero commenta con disincanto l'intenzione del premier di modificare la
Costituzione da solo, salvo referendum confermativo: "Sul piano tecnico c'e'
poco da dire: rispettando l'articolo 138 la maggioranza puo' fare cio' che
vuole. Ma e' pirateria politica. Un gesto di eversione mascherato
legalisticamente osservando i requisiti costituzionali".
*
- Federica Fantozzi: Un atto fuori dalla normalita' istituzionale?
- Franco Cordero: Prima che emergesse Berlusconi non era concepibile che la
Carta fosse modificata o solo emendata senza il consenso di tutte le parti.
Ma siamo nel campo dell'onesta', della moralita', della fisiologia politica.
*
- Federica Fantozzi: Per i costituzionalisti e' una scelta legittima pero'
inopportuna.
- Franco Cordero: Un gesto simile sarebbe autentica soperchieria. Equivale a
dire: ho i numeri grazie ai quali faccio quello che voglio. Nessun giurista
con la testa sul collo e sufficiente cultura puo' dire che una riforma cosi'
nasce invalida. Nasce vergognosamente combinata.
*
- Federica Fantozzi: Fini, alleato di Berlusconi, ha evocato il cesarismo.
- Franco Cordero: E' una formula debole rispetto a cio' che il premier ha in
mente. Cesare e Ottaviano non agivano cosi'. Ottaviano era rispettoso
dell'autorita' del Senato, non si arrogava poteri abnormi. Gli veniva
riconosciuta auctoritas: prestigio politico, autorita' morale, carisma. Ben
lontano dalla fenomenologia che abbiamo sotto gli occhi.
*
- Federica Fantozzi: Berlusconi non vuole ostacoli alla sua riforma della
giustizia. La separazione delle carriere e' utile o dannosa?
- Franco Cordero: E' una formula eufemistica sotto cui vuole costruire il pm
come ufficio investigativo che riferisce al Guardasigilli. Quindi le
preocure lunga mano del governo. E' chiaro che salta il concetto di
obbligatorieta' dell'azione penale.
*
- Federica Fantozzi: E' un obiettivo realizzabile?
- Franco Cordero: Se anche si togliesse di mezzo questo aspetto, e
l'articolo 112 fosse amputato, non si avrebbe un pm manovrato
dall'esecutivo. La Carta non e' fatta di norme disarticolate come atomi
separati. E' un sistema con nessi interni. Dunque la questione si
invelenirebbe.
*
- Federica Fantozzi: Fino a che punto?
- Franco Cordero: Nel delirio di onnipotenza Berlusconi punterebbe a una
revisione radicale per fondare la signoria che di fatto gia' esercita. Il
presidente eletto, investito di consenso carismatico che rende irrilevante
il conflitto di interessi perche' il popolo sovrano lo ha assolto. Discorsi
da ignorante di logica costituzionale moderna.
*
- Federica Fantozzi: Quali sono i pericoli?
- Franco Cordero: Quest'ottica implica una regressione di sette secoli, al
regime di signoria selvaggia. Un terrificante passo indietro fatto in una
logica stralunata.
*
- Federica Fantozzi: Sono proclami o si arrivera' davvero a questo scenario?
- Franco Cordero: Politicamente il referendum e' un grosso rischio. Se
fallisse Berlusconi ne uscirebbe colto in flagrante debolezza. Credo che
cerchera' di acquisire, con metodi in cui lo sappiamo esercitatissimo, i
consensi parlamentari che gli servono. Ma resta lontano dalla maggioranza
dei due terzi che gli serve.
*
- Federica Fantozzi: In questa legislatura il Parlamento non lavora a
vantaggio del consiglio dei ministri. Un'altra anomalia?
- Franco Cordero: Decide lui con i suoi. Ha un concetto piratesco pure dei
decreti legge. E' una forma condizionata a presupposti di necessita' e
urgenza: in piu' casi il governo ne ha fatto un uso visibilmente abusivo.
*
- Federica Fantozzi: Berlusconi usa la questione morale contro il
centrosinistra. Ha qualche fondamento?
- Franco Cordero: Le regole morali valgono per tutti e l'affare Unipol non
e' stato edificante. Ma la sua logica e': tra noi e voi non esiste
differenza antropologica, siamo tutti uguali in un paese dove i giudici non
applicano equamente le leggi e i cittadini non hanno la moralita' nel
sangue, quindi non seccatemi. Ovviamente non e' cosi'.
*
- Federica Fantozzi: Cosa dovrebbe fare l'opposizione ora che il dialogo e'
defunto?
- Franco Cordero: L'alternativa di una collusione non sarebbe stata molto
piu' virtuosa. Se i contenuti della riforma restano lontani dall'ortodossia
costituzionale, meglio che il premier vada da solo piuttosto che condividere
un gesto soperchiatorio.

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 277 del 26 dicembre 2008

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